Kamakura, Hakone e autostop verso Hamamtsu

Kamakura è una piccola perla tutta da scoprire, soprattutto il Daibutsu hiking course, che ad averlo saputo prima, mi sarei risparmiata la lunga camminata, abbastanza insensata per le vie della cittadina, e avrei fatto tutto il suddetto percorso. Ma non lo sapevo, e ho perso un po’ di tempo prezioso ed energie preziose, senza tralasciare i dolori alle gambe abbastanza intensi dovuti alla scalata del Mt Oyama del giorno prima, che hanno accompagnato ogni mio passo. La statua del big Buddha è imponente, ed il nome del percorso, Daibutsu, significa appunto Buddha. Scatto un po’ di foto, e proseguo. 
Ritorno verso casa del mio ospitante e preparo la cena, tutta a base di verdure per la mia gioia! Il giorno dopo preparo il mio zaino per spostarmi in un posto più conveniente per visitare Hakone, da dove c’è una spettacolare vista del Mt Fuji. Piove, e non concludo molto, arrivo ad Odawara, vedo il suo castello, che è il primo castello che vedo da quando sono in Giappone. Lo trovo molto luminoso e architettonicamente stupefacente! Ma lì di fianco al castello, una cosa che disturba la mia quiete interiore: una gabbia con dentro decisamente troppe scimmie per le sue dimensioni. Non mi piacciono gli animali in gabbia, mi metto nei loro panni e penso che sarei parecchio incazzata se mi chiudessero in una gabbia, così, senza motivo. Osservando le povere bestiole, noto particolari che mi fanno venire la pelle d’oca: un gruppetto di loro si abbraccia guardando fuori con sguardo malinconico, un’altra con le manine intorno alle sbarre tentando ripetutamente di aprire la porta, sembrava urlare “liberatemi”. 

Arriva sera, finalmente incontro la mia nuova ospitante, S., carinissima e molto sorridente! Pare mi legga nel pensiero ed andiamo a mangiare <em>kaisendon</em>, che volevo provare da tempo, ma l’occasione non si era ancora presentata. Praticamente è una specie di sushi scomposto: una ciotola di riso e diversi tipi di pesce crudo, inclusi piccolissimi pesciolini bianchi interi (che sono di stagione!) e uova di salmone. Avevo delle aspettative molto alte per quanto riguarda questo piatto e non sono rimasta delusa per nulla, anzi! Decisamente soddisfatta, e con la pancia piena…e poi quando ti mettono i fiorellini nel piatto, come fai a non innamorartene?!
Quando arriviamo a casa, spiego alla carissima S. dei miei piani per il giorno dopo: andare ad Hakone, scattare un paio di foto spettacolari del Mt. Fuji e fare autostop per raggiungere Hamamatsu e un’amica di un’amica neozelandese che si è offerta di ospitarmi! Invece di scoraggiarmi con le solite raccomandazioni “è pericoloso, stai attenta, in Giappone non si usa, ci sono i maniaci in giro, non ce la farai mai, sará difficile…”, la mia nuova amica mi aiuta scrivendomi un frasario con il minimo indispensabile, e mi augura tanta fortuna. 
La mattina dopo mi prepara la colazione, la mia fetta di toast sembra un’opera d’arte! E’ la cosa più carina che io abbia mai mangiato! Ha composto un fiorellino con una fettina di uovo e delle foglioline verdi, semplice, ma un piacere per gli occhi! A malincuore è giunto il momento di salutarci, anche se sarei rimasta più a lungo con lei, che è stata gentilissima, super cordiale e super ospitale, ricorderò a lungo il futon preparato di tutto punto, con l’origami di una gru, l’asciugamano piegato accuratamente, e anche un set di bagnoschiuma, shampoo e balsamo. Il tutto incorniciato da libri della Disney, immagini di principesse e peluche tutt’intorno a me, fiorellini e oggetti rosa, che non è che sia esattamente il mio stile, ma ho comunque trovato l’arredamento piacevole e coerente, e aggiungiamo anche il sottofondo musicale di cover delle canzoni dei film della Disney in chiave jazz, e lei con un grembiule rosa che lava i piatti con un bellissimo sorriso, che mi ricorda un po’ biancaneve a casa dei nani mentre canticchia e fa le faccende domestiche.

Il viaggio verso Hakone è più lungo del previsto, un’ora di bus dopo il tragitto in treno non era esattamente prevista, d’altronde miss disorganizzazione mi accompagna sempre. Quando arrivo, mi avvio con passo deciso verso il punto panoramico che si affaccia sull’iconico vulcano. Amarezza e sconforto. Nonostante la giornata abbastanza soleggiata, il Mt. Fuji è coperto. Mi piazzo lì sulla panca, mentre osservo le nubi che non si spostano minimamente, mai viste nuvole più statiche. Non ho molto tempo per stare lì ad aspettare, perché non vorrei ritrovarmi nel mezzo dell’autostrada a fare autostop al buio. 

Un signore giapponese mi saluta e iniziamo a parlare, con mia sorpresa il suo inglese è praticamente perfetto. Mi dice che fa la guida turistica, ha scalato diverse volte il Mt. Fuji, e al momento sta facendo un giro di perlustrazione in previsione della visita che dovrà guidare la settimana seguente. Proseguiamo insieme verso il famoso “tori“, e lungo il tragitto mi spiega un po’ di fatti interessanti, mi spiega anche che il periodo migliore per avere una limpida vista sul Mt. Fuji è l’inverno, con i suoi cieli tersi. Mi spiega anche che i venti tendono a soffiare le nuvole dalla parte del monte che avremmo dovuto vedere. 

Purtroppo devo salutare il simpatico signore che mi ha fatto da guida, e mi avvio verso quello che secondo Google maps sembra un buon punto di partenza per l’autostop. Mi metto in cammino dalla stazione, maledicendo il peso di quello zaino troppo grande ad ogni passo. Non sicura di aver scelto il punto giusto, dopo l’ennesima svolta vedo la Tomei expressway lassù. Strada sopraelevata. Dal punto dov’ero, continuo a camminare chiedendomi “e adesso dove c… vado? Sono quasi le 3 di pomeriggio e devo andare ad Hamamatsu che non è esattamente una delle città più frequentate, credo. E adesso che faccio? Cammino un altro chilometro o due tentando di raggiungere quella strada, o mi arrendo e torno alla stazione e prendo il treno?”. Intanto vado avanti. Oh, un 7eleven. Un signore sta parcheggiando e gli chiedo in inglese se sa come si arriva lassù sulla Tomei expressway. Scambiamo un paio di battute. Sono molto felice che un pochino d’inglese lo parla. Gli chiedo dove fosse diretto e mi dice “Gotenba” che è nella direzione giusta, 30 km più in là. Poi mi chiede dove fossi diretta io, e si mette a ridere indicando la sua targa “you see here…Hamamatsu!”. Mi dice di mettere il mio zaino nel bagagliaio, lui è diretto verso il paese successivo. Mi chiede se va bene per me aspettare sua moglie che sarebbe arrivata col treno dopo un’ora. Incredula, sorrido e ovviamente dico che non c’è problema. Primo contatto, prima persona fermata, zona tutt’altro che trafficata e mi trovo un signore che va praticamente dove devo andare io! 
Pare che le mie avventure in autostop partano in maniera decisamente incoraggiante.
Durante il tragitto, chiacchieriamo, scherziamo e mi invitano pure a stare da loro, ma la mia amica (o meglio, amica di un’amica!) mi sta aspettando. Quanta gentilezza, quanta cordialità. Dalla famosa Tomei expressway, ad un certo punto, beffardo, fa capolino quel vulcano che si è fatto desiderare tutto il giorno.
Beh, tutto sommato non posso lamentarmi di com’è andata la giornata!

Hamamatsu, arrivo!

Valentina

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Un mese a Tokyo e via

Un mese a Tokyo per smaltire la partenza affrettata, addii e arrivederci ad amichetti ed amiche, ritrovamenti ed arrivederci con il mio ex, salutare un potenziale passionale incontro prima ancora che potesse nascere, ripartire da casa prima ancora di rendermi conto di esserci tornata, sempre con lo zaino in spalla anche lì, più tempo passato a casa del mio amichetto che a casa mia, lavoro che finalmente verso fine stagione diventa più costante come avevo sperato tanto ma, purtroppo, al momento meno opportuno; non aver incontrato tutte le persone che avrei voluto incontrare e non averglielo neanche fatto sapere quanto ci tenevo in realtà, ma che per assoluta mancanza di tempo non è potuto succedere. In realtà pensavo che col mio arrivo in Giappone, fosse passato tutto quel fastidioso malessere dovuto alla partenza affrettata, in realtà ero passata soltanto alla fase numero due. Ovvero, raccogliere le forze per partire sul serio.

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Cos’ho fatto un mese a Tokyo, ogni tanto me lo chiedo anch’io visto che l’idea iniziale era quella di rimanerci solo un paio di giorni tanto per smaltire il jet-lag. Poi la tanto attesa fioritura dei ciliegi si è fatta aspettare ed ho esplorato una piccola porzione di città al giorno. Ho incontrato persone meravigliose a cui auguro tutto il bene del mondo, che, con piena fiducia, mi hanno consegnato le chiavi di casa loro. Non finirò mai di ringraziare chi ha avuto l’idea meravigliosa di creare couchsurfing e tutte le persone che hanno deciso di far parte di questa comunità. Non finirò mai di ringraziare le mie amiche e amici che quando vado da qualche parte mi mettono prontamente in contatto con un’amica o un cugino o un conoscente che abita nella zona che sto esplorando.
Una nuova e, mi sento di dire, importante amicizia è nata grazie a un “hey, perché non provi a sentire L. che abita a Tokyo da qualche anno, magari ha qualche buon suggerimento da darti”. Ed è stato meraviglioso incontrarla, si è resa subito disponibilissima a darmi preziosi consigli, mi ha trasmesso moltissimo del suo amore per il Giappone, mi ha fatto notare dettagli che mi sarebbero sfuggiti, mi ha anche ospitata a casa sua senza mai farmi sentire di troppo, mi ha spiegato un sacco di cose che altrimenti sarebbero rimaste abbastanza insignificanti, mi ha fatto scoprire alcuni dei moltissimi “segreti” dei ristoranti giapponesi e moltissime altre piccole grandi cose che mi hanno fatta sentire davvero fortunata ad averla incontrata.

Che la città non facesse per me, era già stato appurato in precedenza, ma aspetto soltanto, e quasi spererei, di essere smentita. Inutile dire che la carica che mi da la natura non ha eguali. La partenza da Tokyo è stata leggermente travagliata: arrivo alla stazione e mi viene detto che c’è stato un incidente sulla linea che interessava a me, quella che andava ad Isehara. Apparentemente avrei dovuto cambiare alcuni treni e mi ritrovavo senza traffico internet, quindi decido che, dopo alcuni giorni senza e relative difficoltà del caso, era giunta l’ora di rimediare. Vado al negozio e non ritrovo più l’offerta che avevo trovato per il primo mese, 200mb al giorno per un mese a circa 30 euro. L’offerta meno peggio in questo caso è circa 40 euro per 2 giga di traffico da consumare in tre mesi. Abbastanza sconcertata, mi dirigo verso il banco attivazione sim, e mi vengono chiesti circa 8 euro per l’attivazione (che volendo ci faccio 2 pasti con quei soldi) e dico “no grazie”. L’altra volta mi era stata attivata gratuitamente.
Nel frattempo l’incidente è stato sgomberato e la linea diretta ripristinata, grazie al cielo. In treno non c’è posto a sedere e mi faccio il viaggio di oltre un’ora e mezza in piedi, tentando di attivare la scheda con le carte con codici e istruzioni in mano, tentando di mantenere l’equilibrio e occupare meno spazio possibile per me e il mio bagaglio in un treno molto affollato.
Non riesco ad attivare la scheda e quindi non riesco a comunicare con il mio ospitante e grazie al wifi di un convenience store riesco a ricevere il suo messaggio di qualche ora prima, e segnando l’indirizzo sulla mappa, mi avvio verso casa sua. E’ al lavoro e lo aspetto fuori dal portone, con la paura che i vicini si preoccupassero a vedere una straniera con i tatuaggi accampata sul loro pianerottolo con un grande zaino. Sí perché qui i tatuaggi sono visti male per davvero, ed effettivamente sono i marchi dei “cattivi” da centinaia, migliaia di anni, persone associate alla criminalità e non è inusuale trovare cartelli di divieto di accesso a palestre, piscine e soprattutto bagni pubblici e bagni termali (sento e onsen dove si sta completamente ignudi e impossibilitati a coprire la nostra body art).
Dopo qualche ora, M. arriva e mi accoglie con grande entusiasmo.

Il giorno dopo è una giornata soleggiata e parto per esplorare il Mt. Oyama, che con tutti i suoi scalini mi ha dato del filo da torcere per raggiungere la sua cima, ho visto diverse persone abbandonare l’impresa lungo il tragitto. Uno dei motivi principali della scalata era di raggiungere il punto panoramico che si affaccia sul Mt Fuji, ma purtroppo, nonostante la giornata soleggiata, il Mt fuji non si vede perché offuscato da foschia, nuvole o un maledetto sortilegio. Un po’ delusa proseguo comunque verso la cima, dove vedo i primi cartelli di “attenzione agli orsi” e dove la concentrazione di gente con i campanelli “allontana orsi” attaccati agli zaini si fa più intensa. La natura intorno però è meravigliosa e mi ricarica profondamente, inspiro serenità e positività, e raccolgo anche una forte energia spirituale dai templi che incontro sul mio percorso. Mi affretto a scendere prima che tramonti il sole.

La mia sim card ancora non funziona, ma non mi arrendo e smanettando un po’, finalmente trovo la combinazione giusta di funzioni “on” e funzioni “off” e con grande soddisfazione riesco finalmente a far funzionare quella problematica scheda.

Avevo una mezza idea di viaggiare attraverso parte del Giappone in autostop già prima di partire. Un Paese sicuro con degli abitanti super gentili, non può che essere un connubio perfetto per evitare gli spropositatamente costosi mezzi pubblici per spostarsi da un posto all’altro e vivere una bella avventura che racconterò più avanti.

Valentina

Kanamara matsuri, ovvero, la sagra del pene

​La scorsa settimana la mia ospitante filippina, mi accenna di questo festival del pene, questo kanamara matsuri, che si svolge ogni anno la prima domenica di aprile a Kawasaki, al Kanayama Shrine. Qualche cassetto della memoria mi riporta alla mente un documentario, un articolo, reminiscenze di una vita passata, o chissà che altro, fatto sta che ovviamente decido di partecipare al bizzarro evento, vista anche la vicinanza geografica all’area di Kawasaki, mi sembrava d’obbligo farci visita. Il mio attuale ospitante R., un generoso e gentile uomo giapponese, nonché entusiasta “yes man”, accetta il mio invito divertito e incuriosito, dice che non l’ha mai sentito nominare e sorridendo, si mette a fare le ricerche del caso.

Prendiamo il treno e nella stazione in cui dobbiamo cambiare treno, il mio ospitante inizia a notare un’inusuale ammasso di stranieri, dice che non ha mai visto così tanti gaijin (appunto, stranieri) a Tokyo tutti insieme, ovviamente avvicinandoci al festival, la concentrazione aumenta. La gente del posto non è molta, lasciando trasparire la perdita del significato religioso, lasciando spazio ad un evento principalmente per turisti.

Per prima cosa, dobbiamo fare una fila interminabile, oserei stimare di oltre un chilometro di lunghezza, ma stranamente la gente era comunque sorridente, felice e divertita dal fatto di una coda di cui non si sapeva dove fosse la fine. Una volta entrati in questo cortile di un tempio, forse un po’ troppo piccolo per l’afflusso di gente, si ergono davanti a noi e in mezzo a centinaia (migliaia?) di persone, questi tre mikoshi, degli altari con tre statue diverse di peni di diverse dimensioni, tra i quali, il più grande e più importante è un grande pene rosa. A tratti più che una simpatica celebrazione religiosa della fertilità, mi sembra quasi di respirare gioiosamente l’aria di un gay pride, con decine di coppie gay, uomini travestiti da cosplayers, uomini travestiti da donna, chi per vocazione naturale, chi per divertimento.

L’evento principale di questa folkloristica sagra è l’innalzamento e il trasporto di questi mikoshi accompagnati da inni e incitamenti, accompagnati dalla musica tradizionale. I trasportatori degli altari escono dal cortile, e li portano non si sa bene dove. Fatto sta che dopo un paio d’ore, tornano indietro, tutti tranne quello grande e rosa, il principale, avvolgendo la scomparsa dell’altare in un simpatico alone di mistero.

La parata di ritorno me la sono goduta da una posizione privilegiata, praticamente in prima fila, vicino ad un gruppo giapponese di sordo-muti. Sorrido alla donna vicina a me e iniziamo a comunicare, senza troppe difficoltà, un’altra ragazza più giovane si aggiunge alla conversazione. Con l’aiuto dello smartphone mi chiedono la mia provenienza e pare che la mia risposta sia piaciuta, mi chiedono di farci un paio di foto insieme, e quest’incontro mi riempie il cuore di emozione, nonostante un’atmosfera frivola e superficiale tutt’intorno a noi!

Questa è una manifestazione dove l’occupazione principale delle persone (donne, uomini e anche bambini!) è di succhiare avidamente lecca-lecca a forma di pene dalle misure più svariate, dal mignon di un paio di centimetri, al “dimensione naturale”. Anche i colori sono i più svariati: rosa, bianchi, marroni, verdi, viola, blu. Circola anche una meno popolare versione di lecca-lecca a forma di vulva, avvistata soltanto in versione rosa. La gente travestita completamente da pene, o con altri costumi bizzarri era la più popolare per le fotografie. C’era la fila di gente a volersi fare una foto con questi uomini-pene, o anche con queste ragazze che indossavano i cerchietti con in cima dei peni ballonzolanti e boa fucsia di piume. C’erano venditori di candele a forma di pene, daikon intagliati (vi lascio immaginare a forma di cosa!), e anche l’offerta del cibo proposto ricordava volutamente l’organo celebrato: hot dog, würstel, rotoli di sushi, tentacoli di calamari alla griglia, banane ricoperte di cioccolato, e kanamara sticks, un rotolo di riso su di uno stecco avvolto da fettine sottili di maiale e grigliato, molto buono, anche se abbastanza unto, ma ogni tanto ce lo si concede, no?!

Ci sono due palchi, uno con musica tradizionale giapponese, e l’altro palco, con musica moderna, una band con due cantanti giovanissime e un uomo maturo, propongono cover di grandi classici, ad un certo punto, mentre ero in fila per prendere una birra, mi trovo a commentare con questa coppia di ragazzi gay la più terribile versione di “dancing queen”, mai udita prima! La seconda era invece una band locale, di Kawasaki, un po’ più rock, e decisamente più talentuosi. Hanno proposto alcune cover, ma la maggior parte erano brani scritti da loro. Il mio amico R. era super lanciato a ballare, battere le mani e anche a cantare gli orecchiabili ritornelli di questi allegri pezzi. Iniziamo a scambiare due chiacchere con i nostri vicini di concerto; un gruppo composto da una felice coppia gay, uno tedesco e l’altro spagnolo che abitano a Tokyo, e una coppia spagnola in luna di miele. Ridiamo e scherziamo come se ci conoscessimo da sempre, beviamo ancora qualcosa e decidiamo di andare tutti insieme in un “fight club”, ma purtroppo scopriamo che chiudono alle sei, e raggiungiamo la stazione vicina solo verso le 17:30. Il mio amico giapponese R., nominato nostra guida ufficiale, propone di andare in un ristorante dove ognuno si pesca il pesce che mangerà, ma quando chiama, purtroppo, non c’era più disponibilità per quella sera. Quindi finiamo in un ristorante tradizionale giapponese e mangiamo pesce. Beviamo ancora, annaffiando di felicità questo fortunato e spensierato incontro!

Valentina

Il water extrasensoriale

Come previsto, non ci è voluto poi molto prima di ritrovarmi faccia a faccia col trono magico. Ero al parco, inviando qualche richiesta su couchsurfing in cerca del prossimo ospitante, pensavo di resistere ma ad un certo punto, il freddo ha iniziato a farsi davvero pungente. Mi guardo intorno e vedo un Mc Donalds. Per chi mi conosce sa che non è esattamente il mio posto preferito. Vedo caffé a 100yen. Ho pensato che in confronto ai prezzi di Tokyo, fosse ragionevole per scongelarmi un attimo. 

Entro, ordino il mio caffé, bello slavato come piace a me! Perfetto. Sto lí un po’. Il tipo di fianco a me puzza esageratamente (strano ma vero!) ed immediatamente mi sono spiegata perché gli unici due posti liberi del locale fossero proprio di fianco a lui.

Poi decido di andare in bagno ed in quello spazietto minuscolo, eccolo di fronte a me, in tutto il suo splendore! Mi sono illuminata, ed un sorriso a trentadue denti mi si è stampato sulla faccia!  
Era pulitissimo e mi ci appoggio. Il sedile era riscaldato. Ho fatto quello che dovevo fare mentre ho iniziato a schiacciare i bottoni. Il suono: una specie di cascata, con volume regolabile. Poi, anche se non prettamente necessario, vado anche per il bidet, anche se leggermente intimorita: getto di acqua calda con regolatore di intensitá. Premo altri due o tre pulsanti (quelli “pericolosi” senza traduzione in inglese) ed un aggeggio di plastica fa capolino. Non sono riuscita ad attivare molte altre funzioni, ma è stato divertente cosí. 

Sono uscita sorridendo.

Al supermercato a Tokyo

Dopo 12 ore filate di sonno su di un futon tentando di riprendermi dal lungo viaggio, decido che la giornata sarebbe stata all’insegna del relax. Mi sono svegliata stordita, rimbambita, assetata e con la schiena incriccata.
Ho messo su un the, verde, quello che mi ha regalato la mia amica L., conosciuta in Australia ed ogni volta che lo bevo penso a lei. Me lo sono portato in Giappone! Ed ho anche portato le alghe raccolte a mano dall’Irlanda che mi ha spedito il mio amico A. Nessuno ha fatto nessuna domanda alla dogana. Non so se sono stata semplicemente fortunata, o se è semplicemente concesso. Ho letto infatti di restrizioni riguardanti carni ed insaccati, frutta fresca ed animali. Ma nulla riguardo a foglie di the o alghe.
Mi bevo il mio bel litro di the leggero, come mi piace fare quando mi sveglio, e con calma, vado a fare la spesa, visto che avevo promesso al mio ospitante che avrei preparato la cena.
E’ un amante della cucina italiana ma decisamente poco fantasioso, per lui solo pasta al pomodoro. Ho pensato di fargli provare qualcosa di nuovo, l’idea era quella di spaghetti zucchine e zenzero, ma non ho trovato né zenzero né zucchine. I broccoli erano in offerta. Circa 100 yen (circa 0,80 euro). Quando ho visto il broccolo ho pensato alle orecchiette alle cime di rapa (lo so che le cime di rapa non sono i broccoli, ma è stata una rapida associazione involontaria della mia mente), ed ho pensato: hey, adesso potrei fare l’impasto per fare le orecchiette e…e poi mi guardo un po’ intorno e vedo verdura mai vista prima, frutta strana, cibi non identificabili, il tutto accompagnato da scritte esclusivamente in giapponese. Ho pensato che avrei dovuto accontentarmi di un surrogato. Metto anche l’aglio nel cestino, 100 yen per tre teste d’aglio.

Passo nel supermercato delle ore rigirandomi queste confezioni tra le mani in attesa di un’illuminazione divina per capire di cosa si trattasse. Palline bianche, cose viscide immerse in un liquido dalle più svariate forme e dimensioni, piatti pronti, pallottole di riso pronto, noodles di tutti i tipi (vai a capire quali però), insaccati fluorescenti. Sono affascinata dalla diversità estrema dei prodotti che si trovano sugli scaffali, rispetto a quelli europei, ma anche rispetto a quelli australiani, e devo dire che neanche nel vicino sud est asiatico ho mai faticato tanto.

Assolutamente impossibilitata a leggere le etichette. E io sono quella che in Italia, aggirandomi tra lo scaffale delle salse di pomodoro, leggo tutte le etichette finché non trovo una marca che non contenga né zucchero, né conservanti, né altre cosiddette schifezze.
Ora, invece, sono completamente cieca di fronte a tutto ciò. Sto comprando a sensazioni, affidandomi alla sorte. Neanche la comparazione dei prezzi aiuta molto nella scelta perché pare che il 90% dei prodotti al supermercato costi 100 yen. Dagli articoli di cancelleria, ai prodotti da bagno, al cibo, alla verdura, noodles, tutto intorno ai 100 yen, magari in confezioni minuscole, ma sempre 100 yen. Un concorrente di “ok, il prezzo è giusto” avrebbe avuto vita facile da queste parti. “100 yen, risposta esatta!”

Quando mi ritengo soddisfatta, mi dirigo alla cassa. I cassieri giapponesi dicono un sacco di parole, convenevoli suppongo…che non capisco. Sorrido e pago il prezzo che vedo sullo schermo, aggiungendo anche le monetine per farmi dare il resto tondo. Ho già collezionato un numero incredibile di monete in un giorno solo. Le banconote mi pare infatti di aver capito che partono da 1000 yen, i 500 yen sono una moneta. Come una moneta da 4 euro praticamente. Dico “arigato” mi inchino leggermente come fanno loro, ed esco.

Noto un impressionante capolavoro di street art, che non avevo notato all’andata. Diverse prospettive. Bisogna ogni tanto ritrovarsi dall’altra parte per vedere e/o capire certe cose.

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Due vecchiette attraversano la strada aiutate dai loro deambulatori. E’ incredibile come la gente sia rilassata mentre attraversa le strisce pedonali. C’è effettivamente tutto il tempo per farlo con calma. Una ragazza era ancora ferma guardando il suo telefono quando io avevo già attraversato, è partita quando io sono arrivata dall’altra parte. In Australia invece, nelle città, ricordo semafori pedonali che diventavano arancioni a metà strada, anche partendo prontamente e con passo deciso allo scattare del verde. Qui invece mi è capitato di chiedere ad alta voce “isn’t it green?” quando altre 4 o 5 persone di fianco a me in attesa di attraversare hanno aspettato diversi istanti prima di partire.

Vado a casa del mio ospitante che è ancora fuori per lavoro e con molta calma inizio a preparare la cena. A metà dell’opera mi viene in mente quanto l’acciughina stia bene con i broccoli…ma acciughine non ne ho. Ho delle alghe irlandesi però. Rischio??? Rischio!
Risultato meraviglioso, ha dato equilibrio al piatto, leggero sapore di mare, senza puzza di pesce. Anche K. ha apprezzato molto, spazzolando anche gli spaghetti rimasti nella padella.

Valentina

New Delhi, new mood

17431489_10155082239919763_643549119_o.jpgNuova Delhi, aeroporto. Scrivo tentando di far passare queste 10 ore di stop-over in India tra una dormita sul pavimento e delle birrette, in compagnia del mio vicino di sedile in aereo. Un personaggio particolare, ho pensato che fosse la persona giusta da incontrare. Terrà una mostra fotografica a Tokyo per le prossime due settimane, alla quale farò sicuramente una visita. Fotografie del movimento punk in Giappone. Abbiamo iniziato a parlare perché tentando di guardare un film, nessuno dei nostri schermi funzionava. O forse le prime parole scambiate sono state a causa delle lucette sopra alla nostra testa continuavano ad accendersi accidentalmente. Comunque il dialogo è nato da piccole cose che non funzionavano! Ed un viaggio di oltre 8 ore senza film, e senza vicini interessanti sarebbe stato molto lungo.

Spunto di riflessione: “non tutto il male vien per nuocere”.

In aereo, tra turbolenze, luci che si accendevano nei momenti meno opportuni, e schermi che oltre a non funzionare, non stavano neanche spenti, stavo leggendo “80 trains around India” di Monisha Rajesh, ed ero arrivata alla parte in cui la ragazza viene molestata sul treno di notte mentre dormiva. Il mio vicino di sinistra era indiano e mi sembrava che ogni scusa fosse buona per allungare le mani e sfiorarmi accidentalmente. Note positive di questo volo con Air India: abbiamo potuto caricare i nostri telefoni tramite la presa usb, che, sorprendentemente, funzionava. Il cibo era discreto. Il vino indiano aveva un certo sentore di affumicato, che al mio compagno C. è piaciuto molto, a me un po’ meno.

In aeroporto a New Delhi veniamo accolti da un terribile controllo di sicurezza con ufficiali dai modi bruschi, che hanno addirittura insultato una signora di “mezza età” a dire della signora in questione, in realtà una signora che aveva sicuramente passato i 60, dandole della “stupid girl”. Per il piccolo assaggio di questa India in aeroporto, devo dire che gli indiani non si sono esattamente distinti per le buone maniere. Al bar, dopo aver richiamato l’attenzione di uno dei dipendenti, al momento di prendere l’ordine, questa persona se n’è andata urlando qualcosa a un collega, senza la minima intenzione di tornare indietro. Io e il mio nuovo amico C, ci siamo guardati, e ci siamo messi a ridere, meravigliati dall’ennesima dimostrazione di maleducazione. Voglio credere che là fuori la gente sia un po’ più cortese. Magari è la vita da aeroporto che rende la gente scorbutica. Magari.

Nella seconda parte del viaggio da New Delhi a Tokyo, il mio nuovo vicino di posto era un altro artista, giapponese, che avrà un’altra art exhibition a Tokyo, questa volta riguardante installazioni con luci a led. Abbiamo chiacchierato tantissimo e mi ha dato un sacco di informazioni interessanti, tipo di procurarmi la carta dei trasporti chiamata suica, un altro tipo di abbonamento chiamato 18 kippu, che apparentemente è un carnet di 5 biglietti che durano una giornata intera, conveniente per le lunghe percorrenze (informazione da verificare). Mi ha ricordato che ci sono dei posti economici dove dormire di cui avevo già sentito parlare probabilmente in qualche documentario: i manga kissa, dove hai free wifi, un letto separato da una tendina e free shower (apparentemente anche free food e drinks), da affittare a ore o a notte. Le capsule dice che costano leggermente di più. Mi racconta della tradizione dei bagni pubblici, chiamati sento, dove si entra nudi, uomini e donne separati. Mi ha anche suggerito dei cibi particolari da provare: il natto (un derivato della soia fermentato) e una cosa chiamata yuba che dovrebbe essere una sostanza dalla consistenza gelatinosa che è la crema (la parte più proteica e ricca) del latte di soia semi-essiccata. Nel frattempo mi si avvicina un ragazzo di Melbourne dai capelli rossi e dall’alito decisamente vinoso. Si siede per terra e mi racconta dei suoi viaggi in Iran, in India, di una ragazza che è stata ammazzata a Goa pochi giorni fa, violentata e mutilata, mi ha raccontato che aveva appena rotto col suo ragazzo, dopo 3 anni e mi ha raccontato che pochi giorni prima ha fatto un incidente in moto che quasi ci rimaneva secco. Dolorante chiede l’aiuto di un’hostess per tirarsi su. Poco dopo inizia quasi a piangere chiedendo di avere un posto dove poteva sdraiarsi, visti i dolori post-incidente. Gli assistenti di volo, visibilmente scocciati, gli dicono fermamente di tornare al suo posto. Mi ha fatto quasi pena e volevo andare a chiedergli come stava andando, ma non l’ho più visto sull’aereo. Mi sono chiesta perché abbia deciso di confessarsi proprio con me tra tutte le persone che c’erano a bordo. Mi sono sentita come una calamita per i casi umani. Lo incontro all’arrivo a Tokyo, in fila dietro di me al money exchange. Lo saluto e gli chiedo come va. Risponde cordialmente e mi fa alcune domande che mi aveva già fatto. Non si ricordava assolutamente di essere venuto a parlarmi poche ore prima. Ma ero di fretta, dovevo correre a prendere l’autobus.

La partenza da casa è stata oltremodo traumatica, quante lacrime! Credo sia semplicemente successo tutto troppo in fretta. Lavorare fino all’ultimo momento non mi ha permesso di organizzarmi ponderatamente. Scelta mia eh, per carità. Però se al momento della prenotazione del volo avessi saputo che avrei avuto solo un giorno e mezzo per fare le lavatrici, stendere, sistemare, lasciare camera in maniera decente, separare cibo da regalare, cibo da portarmi dietro, cibo da lasciare a casa, pensare a tutte le cose che potrebbero succedere durante questo viaggio e pensare a cosa portarmi dietro per non caricarmi sulle spalle pesi superflui, preparare lo zaino. Scelte, decisioni. Scarponcini da trekking sì o no? E la muta da sub? E la maschera? E quante felpe? E il computer? E qualche gomitolo per creare qualche regalino per i miei ospitanti?! Uncinetti, perline, filo cerato…

Non ho ben capito qual è la situazione per la quale sarei più preparata. Forse un po’ tutte e un po’ nessuna. Comunque è fatta. Dovevo inseguire la primavera con la sua fioritura dei ciliegi, che non mi avrebbe aspettata.

Ho avuto dei seri momenti di crisi tra il lasciare casa e il tragitto verso l’aeroporto. Grazie alla bontà d’animo di questo mio amico, almeno il passaggio verso Treviso ce l’avevo, un qualcosa in meno di cui preoccuparsi, che è stato un gran sollievo.

E questi 3 giorni a Londra? Iniziano con il mio arrivo a Stanstead, dove esco senza ritirare il mio bagaglio. Un po’ me ne vergogno, ma siete liberi di farvi una risata. Vengo quindi indirizzata verso un telefono e qualcuno sarebbe venuto a prendermi nel giro di 10 minuti. Ne ho aspettati 40. Tutto ciò senza riuscire a connettermi al wifi e senza la possibilità di avvertire chi mi stava aspettando, del mio ritardo. Poi grazie al cielo, dopo svariati tentativi, riesco a connettermi al wifi dell’autobus. Ho rivisto il mio ex australiano a distanza di oltre un anno. E’ stato bello, mi ha rinfrescato la memoria su come si comporta una persona che ci tiene veramente a me. Dimostrazioni che non ho ottenuto dalla precedente passionale “relazione non relazione” malata che, forzatamente, è stata interrotta a causa della mia partenza, nella quale ho invece avuto aperte dichiarazioni del tipo “non me ne frega un cazzo di te”, e io però ci penso ancora un po’…d’altronde non è passata neanche una settimana! L’idea di cancellare il volo verso il Giappone mi ha attraversato la mente in diverse occasioni. L’idea di trasferirmi a Londra per un po’ di tempo è diventata un’opzione plausibile (Brexit permettendo), ma prima devo “conquistare” qualche altro Paese da questa parte di mondo.

Ora scrivo felicemente da Tokyo, da casa del mio ospitante trovato tramite couchsurfing, che non ho ancora incontrato, e che con piena fiducia mi ha lasciato le istruzioni dettagliatissime su come entrare a casa sua.

Avevo predetto giusto: tutti i malumori sarebbero svaniti rapidamente dopo quella dura partenza.

Valentina

Un anno in 1308 parole

Dopo l’esperienza di 5 mesi nella roadhouse in Western Australia (una specie di autogrill nel mezzo del niente, dove il primo ufficio postale era a 56 km), ho viaggiato lungo la West Coast e, ad Exmouth, mi sono poi buttata in un divemaster traineeship per un paio di mesi che mi ha permesso di accompagnare i clienti a nuotare con gli squali balena quasi tutti i giorni. Per chi non fosse esperto di immersioni subacquee, in poche parole, alla fine di questo corso si ottiene una licenza professionale per fare la guida subacquea.

A questo punto mancavano circa 6 mesi alla scadenza del mio visto e dopo non poche difficoltà decisionali, la cosa più intelligente da fare a quel punto sembrava quella di trovarsi un nuovo lavoro per mettere da parte un altro po’ di soldi in previsione di nuovi viaggi, ma che mi avrebbe impedito di finire il mio giro intorno all’Australia, costringendomi a saltare tutte le meraviglie della costa del sud che ci sono da vedere tra Perth e Sydney e la Tasmania. Il freddo che avrei incontrato da quelle parti in quel periodo dell’anno, è stato d’aiuto nel prendere la decisione finale. E la monetina lanciata che tra “trova lavoro” e “viaggia” ha scelto viaggia, è stato l’elemento che ha definitivamente spazzato via tutte le incertezze. Ho scelto “trova lavoro”. L’idea di tentare di rimanere in Australia mi ha accarezzato i pensieri, ma tutte le soluzioni possibili mi sarebbero costate migliaia di euro, e in qualche modo avrei perso la libertà di viaggiare.

Dopo la difficile decisione di andare incontro alla vita cittadina, al freddo, e al traffico di Perth, dove trovare lavoro pareva più semplice, a tre quarti di strada ricevo finalmente una chiamata dopo tutte quelle email e domande di lavoro inviate dove l’inverno non sarebbe stato freddo.

Faccio immediatamente e felicemente retro-front, sempre alla guida del mio furgoncino e arrivo a destinazione due giorni dopo, dove mi ritrovo in un decadente country pub, dove il lavoro era duro, il posto di lavoro troppo grande e mal organizzato, i clienti rozzi, ogni dipendente faceva il lavoro di 3 persone, ed in generale una bella gabbia di matti.

Ma sono comunque riuscita in qualche modo a innamorarmi di quel posto.

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Sono incredibilmente riuscita a trovare un equilibrio dopo i primi giorni traumatizzanti dove mi sono ritrovata a piangere mentre lavavo i piatti con gli scarafaggi che mi giravano tra i piedi, col terrore di sentire il campanello del piatto pronto da servire in sala mentre le lacrime mi rigavano il viso sudato, e pochi secondi di tempo per asciugarmi braccia e mani dal grasso di pentole e piatti sporchi. Nonostante abbia elencato solo lati negativi di questa esperienza, il pub era a 100 mt dalla spiaggia, il clima era perfetto e ho stretto una delle più forti amicizie di viaggio con una collega meravigliosa, A, con la quale sono ancora regolarmente in contatto, e che non vedo l’ora di rincontrare in giro per il mondo. Ho avuto qualche divertente intrallazzo con qualche ragazzo del posto, festeggiato qualsiasi evento reale ed inventato o improvvisato, riso, pianto, trovato l’amore e perso il giorno dopo, assistito a scene di pura follia, bevuto sidro scaduto (era in super offerta, non potevo lasciarlo li!). Poi mi hanno portata in barca a pescare per la prima volta in vita mia e a fare camping su una delle tante isole lì intorno, ho fatto un’immersione, ho sentito le balene cantare, ed è stato magico. La magia del posto, il conoscere qualcuno che non fosse il solito “bogan” sbruffone, ha fatto sì che s’instaurasse un bel legame con questo tipo, diamogli un’iniziale, dai, se la merita: C.

Proprio a seguito di questa decisione un po’ avventata di andare in barca con uno sconosciuto (un cliente del pub visto solo una volta) su un’isola deserta, sono stata invitata a stare a Perth, a casa sua. E se pensate che ci sia di mezzo il sesso, beh, mi dispiace, ma almeno per il momento, devo contraddirvi.

Durante il viaggio verso Perth, mi fermo nuovamente nella tanto amata e tanto odiata Exmouth, dove con la grazia di un ippopotamo tra bicchieri di vetro, riesco a rompere ed incrinare i buoni rapporti che mi rimanevano con alcune persone del posto. Sbadataggine, irresponsabilità, sfiga, un mix delle 3 magari.

Riparto dopo un paio di settimane con un amico francese, nonché ex collega, che si rivelerà un ottimo compagno di viaggio per quella relativamente breve tratta di 1250 km.

Con il mio arrivo a Perth, arriva anche l’ora di vendere il mio adorato furgone “Susy”. A questo punto mi si diffonde dentro quella sensazione tipo “oddio, è finita. Dopo 3 anni, questa avventura è finita”. Come se il ritorno a casa segnasse la fine di un capitolo. L’eccitazione di rivedere tutte le mie amiche, amici e parenti però ha avuto la meglio e la partenza non è stata così terribile. Il furgone, per un colpo di fortuna non indifferente, l’ho venduto al prezzo che volevo io, a soli 5 giorni dalla partenza, quando entrando sul sito dove avevo pubblicato l’annuncio, stavo per ridurre drasticamente il prezzo, e invece trovo un messaggio molto entusiasta di una coppia di Francesi, e dopo averli portati a fare un giretto a bordo di Susy per la città e aver parlato un’oretta (senza essere capita molto, data la ridotta conoscenza della lingua da parte degli acquirenti appena arrivati in Australia), il van era venduto. Tutto ciò che bisogna fare è compilare un semplice modulo e spedirlo. Incassare i soldi.

A casa di C. sono stata molto bene, portavo il cane al parco, cucinavo, lo aspettavo con una birretta fresca e la cena pronta la sera quando tornava dal lavoro. Ho provato l’ebbrezza di una convivenza. Mi sono trovata catapultata in una vita da casalinga. E un po’ mi è piaciuto. Forse mi è piaciuto perché come la maggior parte delle relazioni che ho avuto negli ultimi anni, questa convivenza aveva una data di scadenza: il mio biglietto aereo.

Al ritorno molta confusione in testa. Moltissima. Parto? Rimango? Cerco lavoro? Cerco una casa in affitto? Compro una macchina?

Alla fine ho trovato una soluzione che non richiedesse troppo impegno, né l’acquisto di una macchina, né l’affitto di una casa, e nel frattempo dedicarmi alla fermentazione di frutta e verdura, a prendermi cura della mia pasta madre (sostituto di un animale domestico), e godere di tutte le mie cose raggruppate tutte insieme a mia completa disposizione in camera mia. Cose di cui ho sentito regolarmente il bisogno mentre erano lontane da me: un certo capo di abbigliamento, una scarpa, o magari qualche strumento particolare… che apparentemente avevano perso tutto il loro fascino con la possibilità di averle a portata di mano.

Dopo una settimana dal rientro un impellente bisogno: devo prenotare un volo! Vado in Irlanda 3 settimane. Torno. Succede di nuovo. Filippine 3 settimane.

Quindi mi sono ritrovata con molto entusiasmo a lavorare in un noleggio sci (imparando dalle basi un lavoro completamente nuovo per me) ed ho anche avuto una bella esperienza come baby sitter, che mi ha dato tanto, ed ora, a stagione quasi finita, mi ritrovo con un volo di sola andata verso il Giappone, prenotato un paio di mesi fa, in una giornata uggiosa, consapevole del fatto che la prenotazione di un volo cura tutti i mali.

Ora invece è troppo presto, una storiella che inizialmente aveva poco senso, e poco senso avrebbe dovuto continuare ad avere, si è intensificata un pochino di più del previsto, le amiche mi mancheranno tanto, finire di lavorare il 15 marzo e partire il 17 non mi darà neanche il tempo di salutare tutte le persone che avrei voluto vedere in questi mesi di permanenza in Italia, non mi darà neanche tempo di fare le lavatrici probabilmente!

Sono tuttavia certa che tutta questa malinconia sparirà una volta che l’aereo sarà decollato.

Valentina

Pensieri di febbraio

Cosa succede se provo a scrivere di nuovo?

L’entusiasmo di condividere momenti di questa esperienza di vita lontana da casa è sbiadito. Mi è venuta quella che non ho mai saputo che sapore avesse: riservatezza. Ho deciso di tenere tutto per me. E dopo essere arrivata quasi al punto di voler pubblicare un libro…di nuovo risucchiata dalle incertezze, dalla sicurezza di non arrivare a concludere niente. Ho quindi optato per scrivere di nuovo su carta, sul mio diario. Neanche troppo spesso perché non dobbiamo dimenticarci di Signora Scostanza. E’ un anno che non scrivo più. Guardo indietro e cosa ho fatto!? Cosa ho raggiunto? Cosa ho ottenuto? Cosa ho perso?

Ho fatto i miei 100 giorni di farm per rimanere in Australia un altro anno. Questo wwoofing che non mi ha insegnato quanto speravo potesse insegnarmi. Il mio italiano sta peggiorando e non mi sento più così confidente nello scrivere.
Essere un artista. Sarebbe bello. Sarebbe bello saper fare qualcosa e sapere farlo bene. Cosa so fare? Nulla. Non so nemmeno amare il mio ragazzo abbastanza. E sono scappata di nuovo.

Valentina scappa, Valentina corre via. Valentina sta per mesi a lavorare in una cazzo di roadhouse perché si sente di aver bisogno di un attimo di stabilità. E il suo ragazzo è a 4mila o 6mila km di distanza…perché rimango qui? Ho una camera ed un frigorifero e l’aria condizionata. Sto guadagnando dei soldi. Ci sono Jay e Vicky e Juan. Colleghi. Non abbiamo molto tempo da trascorrere insieme al di fuori del lavoro…ma in qualche modo ci facciamo forza a vicenda.

E come al solito sono piena di contraddizioni. E pubblico questo articolato deprimente in un momento che sprizzo gioia da tutti i pori.

Orienteering a Cairns

Non finisco di meravigliarmi di me stessa. Gara di orienteering a Cairns stasera.
Piove. Metto in pratica il buon proposito del giorno precedente: smetterla di permettere alla pioggia di bloccare le mie attivitá. (Porcaccia miseria mi trovo nel bel mezzo della wet season e pochissimi giorni a disposizione, non ho alternative.)
Bene, il mio ospitante mi attira in questa gara di orienatamento paesana, facendomi credere fosse una cosa tranquilla con gente felice e sorridente che si ferma a chiaccherare e prendere fiato ai vari punti di verifica, con tante fontanelle per abbeverarsi e questo generale ambiente idilliaco e sereno.
Piove. E dico piove, non quelle due goccioline sottili londinesi. Piove. Arriviamo al parco. Pozzanghere, fango ed erba a decorarmi scarpe e polpacci (come cacchio ho fatto a ridurmi in quello stato ancora prima di iniziare, Dio solo lo sa).  Mi guardo intorno. Vedo solo scorbutici atleti con aggressive manie competitive. Completini fluo, cardiofrequenzimetri a go-go, gambette muscolose, sguardi disgustati verso quelle due simpatiche e sorridenti signore un po’ in sovrappeso che audacemente hanno deciso di arruolarsi alla corsa. Piove.
Ma dove sono finita?
La mia squadra: due fanatici esaltati che dovevano vincere a tutti i costi. Piove.
Posso ritirarmi per favore?
La gara ha inizio e mentre partiamo a razzo, i miei due compagni correndo con andatura sostenuta pianificano l’itinerario. Io mi limito a seguirli. Piove forte.
Ho nuovamente occasione di confermare il fatto che non mi piace correre. Quell’affanno, i dolori, il respiro, i polmoni, la milza il fegato i reni il cervello le ginocchia la pioggia. Devo rivalutare la pioggia. In quest’occasione ha camuffato il sudore e tenuto una corporatura corporea (quasi) piacevole.
Sete, dove sarebbero tutte quelle fontanelle?
Atleti inferociti dalla falcata agile su tutti i fronti.
Una signora si affaccia divertita alla finestra: “Having a nice shower, guys?”. Un pensiero: “ma fatti i cazzi tuoi, vecchia megèra!”. Ecco, l’ambiente poco cordiale della gara mi sta influenzando negativamente.

La mia compagna, con aria soddisfatta: “siamo a metá!”.
Metá!? Perfetto. Credo mi vomiteró la prima comunione allora, intanto che voi due andate a caccia di bollini colorati.

Mentre corro e mentre continua a piovere, tento di immortalare quelle volpi volanti (della nota famiglia dei pipistrellacei, caratterizzati da notevoli dimensioni e una dieta fruttariana) che ci volano sopra la testa, con scarsi risultati.

Dopo un’ora e uno sprint finale non indifferente, finalmente, grazie al cielo, la gara giunge al termine: banchetto con panini e bevande elettrolitiche o acqua. In cuor mio speravo di trovare il the caldo della corsa campestre, quello chimico, ma no. Gli atleti bevono elettroliti slavati. Credo la mia ultima corsa sia effettivamente stata la corsa campestre di quando avevo 12 anni, poi ho imparato che se eri “indisposta” avevi il permesso di stare in panchina. Ah, no, una gara di orientamento, finita alle provinciali di Baselga di Pinè con buoni risultati. Avevo sempre 12 anni peró.

Ma le sorprese non sono finite: un’estrazione di nomi per aggiudicarsi i premi finali. Funziona che c’è un banchetto con i premi e chiamano il nome del vincitore. La persona chiamata, corre al banchetto e si accaparra un premio a sua scelta. Beati i primi.
Con mia sorpresa chiamano il mio nome e tra calzini, asciugamani in microfibra, travel wallets e cose non meglio identificate, mi aggiudico un marsupietto, che non mi dispiace neanche troppo, è in tinta con le mie scarpe nuove.

E piove.

Valentina

Confessioni. Real life.

Un giorno qualunque, chat di facebook

LUI: “Ehm è da un po’ che volevo parlartene, e lo avrei fatto quando sarei venuto a trovarti in moto in Val di Sole, ma purtroppo sei partita….preferivo dirtelo di persona ma credo che ormai sia difflicile…beh insomma mi piaci.

E da molto….

E anche tanto…”

IO: “Non c’era bisogno di dirmelo…a volte (non sempre, eh!) lo capisco quando quando qualcuno è interessato all’accoppiamento… ma ho un carattere di merda e gusti (ormai) difficili. Grazie per l’outing! Apprezzato.
Con la mia algida freddezza, sperando comunque di non turbare troppo il tuo animo, ti dico che non lasceró l’Australia per correre da te a braccia (e gambe) aperte.
Se pare che nei miei status che mi lamento del mio stato di singletudine (mi passi il termine, messere), in realtá me lo godo a pieno. Il fatto che i miei gusti siano difficili (molto, nonché dubbiosi in merito al genere preferito) facilitano molto la lunga durata del mio stato di grazia.
Le relazioni mi fanno sentire una persona peggiore.
Spero di essere stata esaustiva.
Possiamo sempre continuare la nostra relazione di scambi reciproci di like su facebook, e qualche messaggio privato con cadenza biennale.
Spero tu stia leggendo con un sorriso!
La tua risposta sarebbe cosa gradita.”

LUI: “Ehm..direi che non mi interessava solo l‘accoppiamento e di certo non pensavo che tu lasciassi l’Australia. Era solo che volevo dirtelo…oltretutto i tuoi stati non li ho mai letti piu di tanto…e la speranza che se un giorno ti dovesse capitare di ritornare in Italia, facessi un pensiero su di me,serio.

Figurati se per una risposta negativa non devo più messaggiarti….”

IO: “Terrò in considerazione. (Accoppiamento nel senso di creare una coppia). Spero tu non ci sia rimasto male.”

Ciao, grazie. 

Ok, credo di avere già espresso i miei pensieri in merito, apertamente. Il caso ha voluto che capitasse poche ore dopo la pubblicazione delle mie lamentele a proposito di pseudo-spasimanti indiani, appassionati di cricket.

What the fuck is going on!? I’m just receiving invitations to watch cricket games. So…I mean…cricket!!! Like…”hey gal, do u wanna join me? Got 2 free tickts for the cricket world cup”.

Please, help me to understand, I don’t know, maybe there is something wrong with me…but…do guys think that girls are interested in watching cricket? Are they?
I personally prefered to receive a classic invitation to the restaurant. This is bad karma…sad destiny. The only guys who invite me to hang out, invite me to watch cricket. Cricket. No offence for cricket’s fans…but I’ve never liked to watch any kind of match…and, I’ll say it again…cricket!

Single 4eva!!!

Cosí che ho pensato, a seguito della confessione riportata, di avere aperto i portoni a spasimanti segreti, a maschi in cerca di moglie, a giovani stambecchi carichi di testosterone che si avvicinano alla stagione degli amori, ricchi anziani in cerca degli ultimi istanti di felicità che rimangono loro.

E’ stato soltanto un episodio isolato. Attenderò rassegnata il prossimo invito alla partita di cricket.

Valentina